LETTERA APERTA AL SINDACO DI ROCCARASO

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Caro Sindaco,

non meravigliarti se ti scrivo e, consentimi la presunzione, lo faccio da storico degli ultimi 120 anni di questa località turistica e perché no, anche da scrittore delle cose raccolte con amore e dedizione. Certo non te lo meriteresti, perché quando eri all’ opposizione consiliare, qualche anno fa, rimproverasti il sindaco di allora e anche quello precedente, nonché l’intermezzo commissario, di avere sperperato denaro pubblico per stampare il frutto di questo lavoro. Scusami l’inciso, ma è doveroso, se è vero che tra le varie pubblicazioni prodotte, qualcosa come circa diecimila libri di varia misura, sono poi stati dati in omaggio a chiunque: turisti, cittadini e anche passanti che ne erano venuti a conoscenza e che come tutti volevano sapere della storia turistica, sciistica e di guerra di Roccaraso. Ma non fa niente chiunque può inciampare sulla storia, tant’ è vero che adesso anche tu stai spendendo un po’ di denaro per celebrare le varie ricorrenze che si sono nel frattempo susseguite. E fai bene, sono contento, perché tutto ciò è vanto del nostro paese. Peccato che allora non te ne eri reso conto. E qualcuno affianco a te sugli scranni consiliari, “molto” più avveduto, non te lo fece notate. Mi dispiacque molto. Non fa niente può succedere.

Ma adesso veniamo al dunque.

Quando stavo predisponendo il libro dei 100’anni di sci avevo ben fissi davanti agli occhi quattro affreschi che abbellivano le pareti del “Baraccone”. Cos’è? Certo, tu come i miei figli sei giovane e sono certo che non ci sei mai entrato, o forse si, visto che ci vivevi di fronte? Il Baraccone, per chi non lo sapesse, era così denominato il ristorante e bar della stazione ferroviaria. E Antonietta Valentini che lo gestiva era soprannominata, in dialetto, la “Baraccunessa”. Che ci posso fare? La vecchiaia incombe, ma sono contento di essere nato in un periodo in cui queste cose si imparavano perché si vivevano, ora ci sono gli smartfone. E non è un male per carità, lo uso anch’io e mi diverto molto.

Quindi, per tornare al libro, desideravo tanto fotografare quegli affreschi, perché raccontavano significativamente e artisticamente un pizzico di storia roccolana, con la torre dell’ orologio, il salto con gli sci e un’immagine degna della migliore pubblicità che si potesse fare di Roccaraso su un dépliant o su un bel manifesto d’epoca che si voglia.

Niente, feci i salti mortali, carpiati e rivoltati e mi si rivoltò lo stomaco per non essere riuscito ad entrare in quel locale. Incredibile, ma fu così.

Oggi sono stato alla stazione ferroviaria per fotografare il binario che viene da Rivisondoli. Adesso penserai che sono impazzito e probabilmente starai dicendo: finalmente me lo sto levando di torno, ma non è così, ne per una cosa, ne per l’altra, anzi incalzo, mi rendo conto per tanti in maniera sorprendente per essere arrivato a scriverti una lettera, e presto ti dirò perché. Se ti sei incuriosito dico immediatamente che quel binario mi serve per arricchire il primo capitolo del libro dei cent’anni che, in occasione dei 120 della ferrovia, ripubblicherò su questo sito www.roccarasozoom.it. Non ti meravigliare più di tanto, io sono fatto così, Roccaraso ce l’ho nel cuore in una maniera diversa. Insomma sono un diversamente abile, cioè uno che abita mentalmente nel futuristico Comune di Ama. Ma questa è cosa che a te non interessa… lo so.

Quindi, prodotta la foto mi sono messo a girare un po’ intorno e ho scoperto che la colonna di rifornimento di acqua per le vaporiere, posta a nord della stazione, risale addirittura alla inaugurazione della linea ferroviaria. Pensa, neppure le bombe dei tedeschi l’ hanno buttata a terra. Poi, dopo aver fotografato gli apparati degli scambi dei binari, sono tornato in stazione e che ho visto? Stavano facendo dei lavori di manutenzione alla parete sud e la famigerata porta del Baraccone era aperta. Mi si è aperto il cuore. Sono entrato e i quattro affreschi erano ancora lì. Purtroppo, tranne che quello del saltatore, raffigurato sulla porta, gli altri, posti proprio sulla parete sud sono praticamente diventati irriconoscibili. Però quello centrale, se pur gravemente danneggiato, mostra ancora una bella ragazza seduta sulla neve, che si mette il burro cacao sulle labbra dietro un possente giovanotto che di spalle si infila il pullover a pelle abbronzata vicino a un paio di sci. Ecco era questa l’immagine che volevo riportare sulla copertina del libro. Peccato! Ma non più di tanto, perché la sostituii con quella del nostro postino Oriente, che scia amabilmente in diagonale su un pendio e che la figlia Vera mise subito a disposizione, sapendo della pubblicazione che stavo predisponendo. Qualcun altro, piuttosto a te vicino, nonostante fosse stato invitato dall’ex proprietario di alcune foto d’epoca, non volle metterle a disposizione per arricchire la nostra storia centenaria dello sci. Peccato anche qui, Ma non fa niente. Quelle foto non valgono niente, perché mai nessuno le potrà apprezzare.

Torniamo a noi. Tu sai quanto ti abbia attaccato per le famose spese “canterine”. Non me ne sono pentito e perciò continuerò sulla mia strada. Però data l’importanza della riscoperta degli affreschi ho immediatamente avvertito il dovere e perché no, il diritto, consentimelo, di invitarti così a recuperare quegli affreschi. Naturalmente con l’ accordo e le necessarie autorizzazioni delle Ferrovie, saprai come fare. Tra qualche giorno sono certo ti incontrerai con l’Ing. Luigi Cantamessa, che conosco. E a chi, se non a lui puoi doverosamente rivolgerti? Un consiglio voglio aggiungere se effettivamente ci metterai mano: c’è una signora bravissima nel restauro di affreschi che vive a Sant’ Angelo del Pesco, cercala.

Si tratta di impiegare un po’ di quei soldi che non dovrai spendere per le canzonette e far sì che la nostra storia recuperi un piccolo patrimonio artistico, che altrimenti è destinato a scomparire. E sarebbe veramente un grave peccato, che tu e questo paese vi portereste sulla coscienza. Dio ve ne scampi e liberi!

Poi, a lavoro compiuto, quella immagine si potrà fotografare e usare forse ancor meglio della “R”, che, consentimelo, nel corso del tempo è stata sputtanata abbondantemente, divenendo di uso privato. Questo non mi è mai piaciuto, anzi da roccolano verace mi è molto dispiaciuto e credo che sia dispiaciuto molto anche a Mario Liberatore che la pose in essere da presidente dell’AAST. Ricordo che andammo insieme a Genova in tipografia a conoscerla per la prima volta. Era il 16 ottobre del 1980.

Immagino che con questa lettera aperta e anche ironica e sarcastica nello stesso tempo, ti abbia messo in difficoltà. Ma l’ho fatto perché quegli affreschi non possono morire così, nel dimenticatoio umido e buio del Baraccone. Non volermene se come di mio costume sono sempre diretto e sincero.

Riprenditi, dai! E considerami a disposizione qualora, non so per quale ragione ne potresti avvertire il bisogno. Di fronte a queste cose non so fare altrimenti. Sai, io soffro di “roccarasinite”. Fino ad oggi non mi risulta che si sia rivelata una malattia contagiosa e perciò mi auguro che con questa lettera riesca finalmente a contagiare anche te. Vedrai, è una malattia piacevole e necessaria per un roccolano DOC e da primo cittadino, adesso, incomincerai ad immaginare che in fondo quei soldi spesi per le mie pubblicazioni erano stati spesi bene.

Fai un salto al Baraccone. È doveroso.

Ugo Del Castello

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"Nella vita non contano i passi che fai, ne le scarpe che usi, ma le impronte che lasci."

ROCCARASO KAPUTT!

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