LETTERA APERTA AI MIEI CONCITTADINI

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E’ un po’ lunga, ma vedrete che vi divertirA�… almeno la prima parte.

E che pensavate che non ci sarei arrivato? Non potevo lasciarvi nella��invidia e nella gelosia di non ricevere da me una missiva. Lo so avete anche pensato: ma quello lA� ci cita sempre, ci sollecita, ci fa disarmanti raccomandazioni e non si degna di rivolgersi a noi in prima persona? E che cavolo! Possibile che gli siamo cosA� antipatici?

Certamente no, mi serviva solo la��assist, perchA� lo sapete, io sono fatto cosA�, quasi a dire che la��occasione fa la��uomo ladro e perciA? eccovi sbuffi, fumo, stridii e fischi poliglotti.

Quindi inizio come si confA� a chi ci si rivolge con amore!!!

Cari concittadini,

era da un poa�� di tempo che sapevo della��arrivo a�� oggi 18 settembre 2017, vero giorno per il 120A� anno dalla��inaugurazione della linea ferroviaria Sulmona-Isernia a�� di una vaporiera attorniata di appassionati di treni storici e di fotografia. Sono giunti fin qui dalla Germania, dalla��Austria, dalla��Olanda e perchA� no, pure dalla��Italia (prima che ripartisse il treno per Sulmona sono stato sul viale a parlare con un giovane di Lucca, cinto di obiettivi di ogni grandezza). Ho scritto attorniata, perchA� questi viaggiatori si muovevano con auto lungo il tragitto di questo treno speciale, per immortalarlo, proprio oggi, in tutte le pose, le velocitA�, gli sbuffi, gli stridii, gli inchini e le riverenze che questo rivolgeva grato a loro.

Sono viaggiatori, mi hanno riferito, che hanno pagato la modica cifra di qualcosa come 500 Euro ciascuno, per avere il treno tutto per loro e per una indimenticabile sfilata di moda. CosA� le Ferrovie, grate, avendolo giA� qui, glielo hanno messo a disposizione e hanno ringraziato devotamente.

Stamane, per concludere la mia partecipazione al cento ventennale, curiosa ed interessata e non piA? dietro le quinte, verso le 10,30 sono andato alla stazione di Palena ad attendere il divo in frak nero, che dopo un poa��, annunciandosi con un lieve e dolce fischio, dopo essere uscito dalla galleria Maiella, A? apparso in tutta la sua bellezza e fascino. Nel frattempo mi A? tornato in mente quel treno che con un possente cannone tedesco usciva da quella galleria nel lontano novembre 1943 per sparare sugli alleati oltre il fiume Sangro e poi rientrava al riparo in galleria.

Click, clack, udivo affianco a me le potenti macchine fotografiche che lo immortalavano in tutti i suoi fumosi e antichi lineamenti. Zzzzzz, come le zanzare giravano le piccole telecamere per inghiottire avide la sua corsa sul ferreo binario. Altro che Versace, Armani e D&G! Il vecchierello, si fa per dire, sbuffava sA�, ma si A? avvicinato veloce, velocissimo. In quel punto ormai in piano doveva dimostrare tutto il suo ritrovato vigore e prestanza fisica. Doveva fare bella figura al cospetto degli stranieri. Certo, quando ci A? passato vicino abbiamo notato che ai suoi fianchi perdeva grosse gocce da��acqua bollente, che cadendo a terra sicuramente raccontavano alla��erba bruciata dalla��estremo caldo estivo e alle pietre compatte della massicciata di una fatica quasi secolare tutto sommato ben celata.

E cosA� via verso la seconda stazione piA? alta da��Italia. Ho fatto la corsa con lui e la mia 500X lo ha fregato, sono arrivato primo, giusto in tempo per girarmi intorno, fotografare la famosa lapide che mi ha ricordato di essere a quota 1268,82 slm e rendermi conto della desolazione imperante, rivelata da muri di mattoni intonacati e pittati di arancione che sigillavano praticamente tutte le porte della famosa stazione. Locali sigillati che racchiudono la stupiditA� e la scelleratezza di questo popolo italiano, di questo territorio, che non A? capace di sostenere il lavoro e la ricchezza come altri diligentemente sanno fare. Che orrore!

Non mi ero accorto di un signore dietro di me che ho sentito farmi una domanda in tedesco. Per un attimo sono ritornato con la mente ancora alla��autunno del a��43 e perciA? mi sono quasi spaventato, cosA� come accadde a mia madre in montagna, quando uno di loro, alto e biondo, quasi gli conficcA? il mitra nella gola per farsi rivelare dove erano fuggiti Carlo e Domenico Del Castello, due giovani roccolani che si stavano dando alla macchia. Girandomi perA? mi sono rassicurato, perchA� con un sorriso il gentile e panzuto crucco mi ha salutato. Che bello! La guerra A? una��altra cosa e loro sono riscesi con in mano le macchine fotografiche in segno di pace e di apprezzamento per la nostra bella ferrovia.

Il treno poi A? andato lentamente a farsi fotografare alla��ingresso della galleria Macello e cosA� si A? infilato nel gastroenterico budello della linea che in discesa volge a Roccaraso. Mentre raggiungevo la mia stazione la��ho notato altero e sbuffante nel bel mezzo del Prato, quasi a prendere velocitA� per un arrivo trionfale e dal fischio poliglotta.

E invece si A? presentato in fondo ai binari quasi dimesso, silenzioso, col passo felpato, non sbuffava, non fischiava, non strideva, sembrava avesse le fiancate appese, perfino la grossa cisterna di zinco che trainava si era un poa�� ammosciata. Tutto il contrario della��altro giorno, quando vedendo gonfaloni, fasce tricolori e abiti da��epoca non ha potuto fare altro che mostrarsi altero e tutto da��un pezzo alla��altezza della cerimonia. E cosA� si fermA? con tre fischi di soddisfazione scaricando festosi viaggiatori.

Oggi no, forse quella��essersi fermato lungo il Prato sapeva di giA� di presentimento. Forse anche lui, dotato di a�?addusemea�?, (sesto senso di dialettale memoria materna) non ha potuto fare a meno di entrare in silenzio e con sconforto nella stazione ancor piA? silenziosa e sola, sola con qualche esiguo matto che come me lo stava seguendo. Gli stranieri nel frattempo sono arrivati trafelati e alla spicciolata per immortalarlo alla��ultimo traguardo.

Un traguardo senza striscioni, senza palco, senza vasi di fiori, senza coccarde tricolori, scomparsi furtivamente di prima mattina; con i nastri della guida tricolore, che conduce alla bella mostra fotografica, appesi e dimessi dalla fatica dei due giorni precedenti. Nel silenzio quasi ovattato si udivano solo i click, i clack e gli Zzzzz dalla lingua straniera. Chi a destra e chi a sinistra, qualcuno di fronte e altri perfino in coda, dove il vecchietto mostrava il predellino con sopra il capotreno. Scene di felliniana memoria. Che bello! Cosa si A? persa quella moltitudine di festaioli del sabato incoccardato.

Si A? fermato tre minuti, e poi siccome la sete si capiva che lo attanagliava A? andato a riempirsi la pancia di acqua, mentre il fuochista A? salito come un equilibrista sulla sua schiena per controllare il carico del cibo nero e duro.

Direte: e vabbA?! E dopo che ci hai pennellato sta corsa sui binari del divo piA? bello degli Altopiani che ti dobbiamo fa?

Che mi dovete fa? Cazzo. Dove eravate? Sono arrivati gli stranieri fin quaggiA? e non siete venuti a portargli neppure un applauso? Non dico le fasce in petto, non dico il gonfalone e le bandierine tricolore, ma almeno un semplice applauso. Una testimonianza di gratitudine per essere venuti fin quaggiA?, come un tempo accadde con tanti altri sciatori e saltatori nordici, giunti con altre vaporiere sulle nostre nevi per gare internazionali, e i nostri antenati li accolsero con amore, tanto amore. Niente, assolutamente niente.

Dovevate venire a ringraziarli, ecco cosa dovevate venire a fare. E sapete perchA�? PerchA� quei signori sono venuti quaggiA? ad insegnarci qualcosa. Sono venuti a ricordarci che loro le ferrovie di questo tipo non le hanno mai chiuse, anzi vivono una vita inimmaginabile a noi scellerati e che alla loro gente assicurano lavoro e ricchezza.

Io per rendermi conto di quanto vale il gioco e la candela pure, ci sono andato, sono salito con il Trenino del Bernina fino a St. Moritz. PerchA� non ci andate pure voi? PerchA� non andate ad imparare come ho fatto io? Sono certo che al ritorno prenderete il treno tutti insieme e andrete con gli striscioni, trombette e tamburi davanti alla scrivania del Presidente della Fondazione delle Ferrovie, Ing. Moretti, per urlare di fare presto, di riaprire definitivamente la nostra ferrovia, perchA� con i tempi che corrono ne abbiamo tanto bisogno, tutti, da Sulmona a Isernia. PerchA? qui il piatto piange. La ferrovia che il nostro amato concittadino sostenne con tanta determinazione, passione e perchA� no interesse, lui del resto ce le aveva pure le pecore e anche di quello campava. E io in testa ci metterei senza��altro il sindaco con in mano un assegno di un centinaio di migliaia di euro di contributo, per oliare la vaporiera, cosA� come oggi ho visto fare con un olio nero e appiccicoso dal meccanico al seguito di quella col frak. Quelli della��imposta di soggiorno, sA� proprio quelli. Invece di sprecarli per cose inutili e insignificanti. Scusami sindaco, anche se non ti voglio bene, mi sento in dovere e pure in diritto, da cittadino purosangue di questa nostra Roccaraso, di darti questo benevolo suggerimento. Tutto ciA? significa essere una comunitA� vera e forte. E dovreste gridare a destra, verso Isernia e a sinistra verso Sulmona per compattare le altre comunitA� e invitarle a seguirvi, a seguirci, di portare anche loro un oliatore, ognuno in base alle proprie capacitA�, perchA� io ci verrei correndo a piedi affianco al treno, come hanno fatto oggi a volte quegli stranieri.

O vi siete vergognati di essere presenti, coscienti che tedeschi, austriaci, olandesi sanno che non siamo cosA� bravi come loro?

No, non potrA? mai dimenticare quei 26milioni di euro, che non servendo piA? alla realizzazione dello Snow Shuttle, in una ComunitA� Montana dal ripetuto linguaggio sordo e grigio furono buttati alle ortiche. Ricordo molto bene che sulla��allora sito a�?lamiaRoccaraso.ita�? suggerii modestamente di riversarli sulla rivitalizzazione di questa linea ferroviaria per renderla esclusivamente turistica. Altro che a�?mobilitA� sostenibilea�? di parcheggistica e piA? giovane memoria. Era piA? o meno il 2005 e non esistevano ancora le associazioni molisane Transita e Le Rotaie. Non gliene fregA? niente a nessuno e quei soldi se ne andarono in fumo. Ma non quello della vaporiera. E quante altre volte ho scritto in merito, intravedendo da solo un modo eccellente per rilanciare la nostra offerta turistica. Se solo penso alla vaporiera che una volta al mese potrebbe trasportare carrozze ristorante corredate a turno dei cinque chef stellati abruzzesi. Tanto per fare un esempio. Per la mia fiaba Niko li ha messi insieme e sono certo che con molto entusiasmo, per la nostra linea ferroviaria che sovrasta Casadonna, farebbe molto di piA?.

Oggi A? stato sufficiente un manipolo di stranieri per dimostrare, purtroppo solo a me e a qualche esiguo matto, quanto vale questo puzzle da comporre con intelligenza e partecipazione con la testa e le mani di tutte le comunitA� che sono attraversate dalla linea Sulmona a Isernia, che Bactefort deve tornare a chiamarsi cosA�.

PerchA� nella��immaginario del turista A? questo il preciso territorio che deve configurarsi. Altro che Siberia. Noi siamo una��altra cosa. Dobbiamo essere una��altra cosa. Vero, caro Onorevole Angeloni?

P.S. Tanto per non smentire il mio senso del marketing territoriale ad ognuno di questi signori imbrattati di nero fino alle mutande ho regalato il mio libro CINQUE MIGLIA DI A�NOSTALGIA, dove nell’incipit c’A? la loro vaporiera. Infatti cosA� A�scrive il mio amico Stefano Buccafusca: Tutto cominciA? con l’arrivo di una vaporiera alla fine dell’800 nella piccola stazione di Roccaraso. E’ da qui, in un angolo degli Altopiani Maggiori d’Abruzzo…

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