LE RIFLESSIONI DI UN POVERO ROCCOLANO BISTRATTATO

albergo

Per ragioni di divulgazione a scopo scolastico – sono stato invitato a raccontare agli studenti dell’istituto tecnico a indirizzo turistico di Castel di Sangro sulla storia dell’ospitalità di Roccaraso, allargando lo sguardo agli Altopiani – ho ripreso tra le mani il mio secondo libro intitolato “Roccaraso, la stagione della neve”, dove un capitolo piuttosto consistente tratta delle vicende di Rivisondoli e, ripensando all’inesistente attività di promozione dei tempi odierni, non ho potuto fare a meno di soffermarmi sulla pagina dove racconto di ciò che accadeva intorno al 1908, quando anche in quella località fu realizzato il primo albergo.

Testualmente scrivevo: «…Il fabbricato, rilevato dall’amministrazione comunale, fu così ristrutturato come albergo. L’Appennini’s Grand Hotel.

L’albergo fu affidato in gestione a Vincenzo Melocchi che proveniva da Pizzoferrato, dove gestiva l’albergo Clarenzia; lo aiutava nell’attività suo cugino Nicola Melocchi.

Vincenzo Melocchi era abile e intraprendente nel suo lavoro e si recava spesso a Roma, presso la nobiltà cittadina, per promuovere la villeggiatura a Rivisondoli.

Così incominciarono ad arrivare le famiglie: Lante della Rovere, Colonna, Orsini ed altri. L’aria salubre, i prati, i boschi, la cordialità dei montanari, la buona carne, il latte, le mozzarelle ed i formaggi, prodotti da un patrimonio ovino di prim’ordine, fecero sì che al ritorno nei salotti romani si parlasse con entusiasmo di quei periodi di vacanza tanto gratificanti.

Così, nel 1913, avendo appreso della qualificata ospitalità, anche i Reali di Savoia incominciarono a frequentare gli Altopiani Maggiori d’Abruzzo.

La Regina Elena in quell’estate fu ospite dell’Appennini’s Grand Hotel e rimasta incantata dai luoghi, prolungò soddisfatta la sua permanenza ».

Bene, anzi male.

Cari concittadini degli Altopiani, mi sono sempre chiesto e continuo per l’ennesima volta a domandarvi, viste le difficoltà strutturali e non contingenti (Padre Bruno che afferma in TV di non venire a sciare in Abruzzo) della più complessiva attività turistica che è sostenuta a Roccaraso, Rivisondoli, Pescocostanzo e Rocca Pia, se non sia il caso di concentrare le tante risorse pubbliche sprecate per canzoni, canzonette e concerti dorati, in un’attività di promozione proprio concentrata sulla Capitale? Parliamo di circa tre milioni di abitanti, dei quali se solo riuscissimo a portarne fin quassù l’uno per cento incrementeremmo le presenze annue di almeno 30 mila villeggianti a stagione.

I romani, tanti, sembra strano a dirsi, non ci conoscono. C’è stato il caso limite nella trasmissione RAI “Caduta libera”, dove una concorrente romana non ha saputo rispondere alla domanda di Gerry Scotti: «Famosa località sciistica abruzzese».

Qualche giorno fa un signore romano, amico di uno dei miei figli e appassionato di escursioni in mountain bike, è rimasto perplesso apprendendo che su questi altopiani e sulle montagne che li circondano ci sono tanti sentieri che si prestano all’attività praticata. E qui mi fermo.

Ma sono tante le ragioni per cui possiamo svolgere una consistente attività promozionale nella Capitale, che dista solo due ore di macchina. E sono tanti i fondi che si potrebbero impiegare per migliorare e rafforzare le strutture esistenti.

Non un solo romano è salito fin quassù per ascoltare uno dei concerti che si sono organizzati, e mai sognerebbero di farlo per questa ragione. Mi sembra così evidente. E invece testardamente si continua su questa inutile e dispendiosa strada.

Se avessi una bacchetta magica la utilizzerei sicuramente per far tornare dall’aldilà quel bravo Vincenzo Melocchi, che in quel lontano inizio del secolo scorso la sapeva già lunga in termini di promozione turistica o di marketing, come meglio la definiscono i saputoni attuali. Ma lì si fermano. E anche qui mi fermo.

E così anche Gerry Scotti ancora oggi non riesce a spiegarsi perché quella signora romana non rispose alla sua semplice domanda.

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ROCCARASO KAPUTT!

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