La��ALBERGO PIEMONTE CHE NON Ca��A? PIA�, NEI RICORDI DI UN GIOVANOTTO CHE NON A? PIA� TALE

piemonteuno

Avevo appena quindici anni quando completai il primo superiore, mio padre era gravemente ammalato, per uscire di casa stava su una sedia a rotelle e la��anno dopo se ne sarebbe andato per sempre. Una mattina di inizio estate non feci in tempo a scendere dal letto e ad infilare i piedi nelle pantofole che mia madre mi squadrA? e con tono quasi burbero disse: tuo padre non sta bene, non ti puA? seguire, vabbA? che ti diverti a leggere, ma adesso incomincerai a stare sempre piA? in mezzo alla strada e questo alla tua etA� non va bene, perciA? ho chiesto al Sig. Bailone se ti mette a fare qualcosa nella��albergo Piemonte. Punto. GirA? le spalle e non ebbi modo di replicare. Fu come un pugno ben assestato alla bocca dello stomaco. Mi tolse le prime forze mattutine. Ma conoscendola bene quello fu.

Quante maledizioni a denti stretti. E non ebbi tempo di rendermi conto che la mia vita stava cambiando. Per due ragioni: la prima, la malattia di mio padre che mi stava proiettando molto piA? avanti della mia etA�, la seconda, che quel sergente di ferro che era mia madre e che nei miei confronti spesso mio padre stemperava, adesso stava prendendo il sopravvento: fucile in spalla ea��marcia!

GiA� il giorno dopo mi dovetti alzare alle sette e alle otto entrai timoroso e sospettoso nella hall della��albergo, dove non ero mai entrato. Rimasi perA? affascinato. Due banconi in legno pregiato, uno a desta e uno a sinistra della��ingresso costituivano il punto di accoglienza dei clienti: a destra quello del portiere, a sinistra quello della segretaria. Mi colpA� lo sciatore in fondo alle scale che salivano ai piani superiori. Mi tranquillizzai un poa��, ma la��ambiente incuteva rispetto, tutto ciA? che vedevo stava al posto giusto, mani sapienti avevano sistemato ogni cosa, anche il portiere e la segretaria, uno a destra e la��altra a sinistra, appena in servizio. Come apparvi ai loro occhi la��uno disse, Ugo, tu starai con me a fare il ragazzo di portineria; la segretaria invece mi invitA? a seguirla e passando affianco allo sciatore arrivai allo studio del direttore, il Sig. Bailone, mio vicino di casa. Questi mi guardA?, mi strinse la mano, mettendomi in difficoltA�. E si, perchA� quando lo incontravo per le scale di casa ci salutavamo reciprocamente come due normali condomini, sia pure io molto piA? giovane di lui. a�?Il direttorea�? mi fece pesare subito la sua autoritA� e disse: bene Ugo, domani A? sabato e il Sig. Nota (il proprietario della��Albergo) ti porterA� un bel abito blu, camicia bianca, scarpe nere, cinta e cravatta. CosA� starai insieme a (a��) non ricordo piA? il nome del portiere e neppure del suo secondo. Come, pure il secondo! Quindi io sono il terzo. Cavolo, ma dove mi trovo? Ci pensA? il direttore a chiarire il dubbio, sorto piA? o meno una mattina presto alla fine di giugno 1968. Domenica staremo quasi pieni e perciA? ti affido al portiere cosA� ti dirA� cosa dovrai fare. Una cosa A? certa, tu non starai dietro al banco della portineria, starai nella��ufficio retrostante, ti occuperai del centralino telefonico a�� allora non ca��era la teleselezione con prefisso e bisognava chiamare le operatrici della SIP a�� farai tutte le commissioni che ti verranno affidate, con solerzia e precisione. Il pomeriggio, quando i clienti riposano ti sarA� concesso di stare dietro al bancone, cosA� incomincerai pian piano a capire cosa significa quel posto, di grande responsabilitA�, perchA� i clienti verranno sempre lA� per qualsiasi necessitA� e tu dovrai imparare a comportarti con disciplina, educazione, cordialitA� ea�� mi raccomando una cosa molto importante: non dovrai mai appoggiare i gomiti sul bancone poggiandoci sopra la testa; che non accada mai! Questo A? un albergo di prima categoria. Non dimenticarlo mai. Adesso puoi andare e torna domattina puntuale alle otto.

Girai i tacchi e quasi a spalle basse guadagnai la��uscio. Il sole ancora basso faceva luccicare i cristalli dei lampadari e mi si offuscA? la vista. Cavolo! Non ci stavo capendo piA? nulla. Ma quello non era un albergo quella era una prigione. Maledetta mamma e dove mi ha ficcato, dissi tra me e me.

Il giorno dopo mi imbalsamarono di blu. Guardandomi a uno specchio posto sopra una specie di comA? perA? mi accorsi che cosA� messo ero diventato un bel ragazzo, cavolo! Mi piacevo. Pure la cravatta di Marinella, cosA� lessi sulla striscetta appiccicata dietro, ma senza capire cosa significasse. Poi la��ho capito molto bene quando incominciai ad avere a che fare con i clienti. Gente di prima��ordine, prevalentemente romani e napoletani, ma anche baresi e foggiani di prima��ordine. Una estate che non ricordo soggiornA? per una mesata pure il Ministro del Commercio Estero del Kuwait col suo ragazzo.

Erano piA? o meno le dieci, quando ebbi il primo incarico, per la��acquisto di giornali ordinati da alcuni clienti. Esco fuori e un bel sole caldo si fece subito sentire, a quella��ora faceva giA� caldo sul serio. Mi avvicinai al termometro/barometro, appollaiato su un sostegno di legno in bella vista e la temperatura era giA� vicina ai trenta gradi. Mi avviai verso la piazza e giunto nei pressi del giornalaio vidi alcuni miei compagni che si divertivano seduti sul bordo della fontana, e scoprendomi cosA� conciato mi derisero sorpresi e divertiti. Ma non me ne curai. Quello che invece mi dava fastidio in quel momento era quella maledetta cravatta che mi avvinghiava il collo appiccicoso giA� di sudore. E che sudore! Nei giorni successivi quando tornavo a casa e mia madre mi chiedeva come era andata la giornata, quasi non gli rispondevo, anzi gli rispondevo male e guardandola con la coda della��occhio per vedere se per caso mi volesse dare qualche schiaffone, mi rendevo conto che sotto sotto rideva. E che cavolo ci ridi, piA? volte dissi tra i denti stretti.

Passarono quei giorni e arrivA? il giorno del primo stipendio. Perdinci! 50 mila lire. Alle quali dovevo sommarci giA� quasi il doppio di mance. Una ricchezza! A quella��epoca per un ragazzo di quindici anni.

Uscii per una��altra incombenza e feci una corsa a casa per depositare Bactefort il malloppo.

Mia madre rimase sorpresa, non perchA� mi avesse rivisto alla��improvviso, ma perchA� la��abbracciai, la strinsi, la ringraziai e gli consegnai il mio primo stipendio, ricco di un bel poa�� di mance, regolarmente contabilizzate nella memoria una per ognuna nelle mani del cliente Tizio di Roma o Caio di Napoli e cosA� via dicendo.

Una volta capitA? un cliente che il venerdA� tornava a Napoli e tornava il lunedA� pomeriggio e cosA� per un mese e mezzo. Quando partiva lasciava trentamilalire di mance a noi e altrettanto alla segreteria. Un giorno arrivA? il figlio con la Lamborghini Miura e la��autista con una Jaguar. Mi chiese se il pomeriggio lo aiutavo a capire il funzionamento dei vari pulsanti e meccanismi con un vocabolario di inglese. Restammo in garage per tutto il tempo del mio riposo pomeridiano e alla fine mi diede 30 mila lire di mancia.

Che esperienza fu quella dei quattro anni estivi delle superiori, tranne la��ultimo per via degli esami che si prolungarono fino alla fine di luglio e mi impedirono di tornare alla��albergo Piemonte. Ma la��inverno precedente, durante le festivitA� di Natale ca��ero stato e le mance furono, oserei dire esorbitanti, mi sembra che superassero le trecentomilalire, oltre allo stipendio di settantacinque. Da ragazzo di portineria ero arrivato velocemente ad essere secondo portiere. Quasi Wojciech Szczesny della Juve.

Che Roccaraso fu! E quando la rivedrA? piA?? Solo nei sogni di una notte di neve. Ma oggi mi A? tornata in mente trovandomi davanti quello sciatore che ormai abita nella��atrio della��Hotel Boschetto, dopo aver soggiornato per qualche anno al Bar Rosso e Nero.

"Nella vita non contano i passi che fai, ne le scarpe che usi, ma le impronte che lasci."

ROCCARASO KAPUTT!

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