La vita che ritorna nell’oro di Coccopalmeri

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E’ proprio vero che l’oro è il minerale che non muore mai, la sua preziosità è eterna e i gioielli confezionati nel corso dei secoli sono tramandati intatti. Cambiano gli artisti che li ideano, ma la tradizione che si è radicata in un territorio per varie ragioni non si disperde. E’ il caso di Pescocostanzo, dove la Cannatora e tanti altri gioielli sono la testimonianza dell’arte orafa di quella gente, che arricchisce questa terra denominata Altopiani Maggiori d’Abruzzo.

Poi succede che a Roccaraso un giovane ed intraprendente orafo, il cui papà è proprio di Pescocostanzo, apre una minuscola bottega sul viale principale del paese e inizia un’opera magistrale. Roccaraso non potendo vantare una tradizione orafa, non ha di conseguenza gioielli che rappresentino il suo passato. Dovrebbe essere la lana la sua preziosità e la sua tradizione con la tintura che rende vivo il nobile filato. Infatti, la tintura della lana, nei secoli passati, vedeva la gente del paese adoperarsi magistralmente in tale attività che era legata indissolubilmente al pascolo sugli altopiani di migliaia di capi ovini. Per esempio il guado era l’erba che veniva usata per tingere di scuro il filato e dava un colore blu molto scuro, l’antenato del nero. E si, perché il colore nero è arrivato con la chimica di fine Ottocento grazie all’anilina. Ma accadde che con l’arrivo del treno le attività roccolane assunsero un solo colore: il bianco, candido come la neve. La neve, appunto che ha indirizzato le attività economiche verso il prezioso prodotto delle gelide intemperie.

Ma torniamo a Franco, si, Coccopalmeri, il nostro orafo che si è dedicato in particolare alla produzione di gioielli che caratterizzassero il territorio in cui vive. È sbocciato un fiore d’alta quota in oro bianco e giallo: la Pulsatilla. Il fiocco di neve nella sua molteplicità di forme geometriche e addirittura uno denominato in dialetto roccolano “u’Abbldizz”, che significa la bufera, uno dei tanti che arrivano sfiancati con il vorticoso e gelido vento di Tramontana. Poi il nostro orafo ha allargato lo sguardo e ai paesi vicini ha donato il gioiello che li vuole caratterizzare: a Castel di Sangro “lo Sgarbizio”; a Rocca Pia “u’ Suspeir”; a Rivisondoli “la Novella”; a Castel del Giudice “la Mela”; a Pietransieri “il Cuore”; a Scontrone “la Goccia”. E poi ancora per Roccaraso una piccola croce che si erge sulla stele che raccoglie le pietre dell’antico teatro del 1698 che non c’è più.

Ma c’è un gioiello particolare, è stato ispirato da un angelo. Nessuno sa dove era posto un tempo quell’angelo che oggi sovrasta la porta d’ingresso della canonica della Chiesa Madre e che guarda proprio quella stele. Forse arricchiva l’altare della chiesa distrutta o la cappella gentilizia dei baroni Angeloni? Nessuno lo sa. Bisognerebbe chiederlo ai soldati tedeschi che nel novembre del 1943 distrussero ogni cosa, ma anche loro non ci sono più. Non ci sono neppure i roccolani di allora. Nessuno sa e saprà mai. E per questa ragione dissi a Franco di rappresentare quell’angelo con un gioiello. Chi lo acquista per il piacere di indossarlo o di regalarlo, in fondo, inconsciamente perpetua un frammento della Roccaraso che non c’è più, con le sue chiese, il teatro, la torre dell’orologio, la Terra Vecchia con le sue rampe e viuzze. Lo spirito dei roccolani che si è irrimediabilmente perso?

Appunto, Franco, riproducendo quell’angelo, ha ridato vita all’animo roccolano, al suo spirito che è fissato, amalgamato nel metallo prezioso. E per lui ho scritto così.

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"Nella vita non contano i passi che fai, ne le scarpe che usi, ma le impronte che lasci."

ROCCARASO KAPUTT!

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