A RIVISONDOLI. E SE PER CASO… LEGGETE UN PO’

bomba

UNA BOMBA DI AEREO RITROVATA QUALCHE GIORNO FA SOTTO RIVISONDOLI

Qualche tempo fa giocai di fantasia sulla scorta di documenti e fotografie ufficiali relative ad un avvenimento realmente accaduto sui nostri cieli nell’autunno del 1943. Perciò scrissi, con la voce diretta del pilota sudafricano, ciò che gli accadde durante una missione con la sua pattuglia per contrastare le operazioni di costruzione, da parte dell’esercito tedesco, della linea Gustav che vedeva al suo centro il Valico di Roccaraso.

In questi giorni, durante i lavori di scavo per la costruzione della pista di atletica leggera, sotto Rivisondoli è riemersa una bomba di aereo, di presunta fabbricazione inglese.

E così, siccome la fantasia non ha limite, mi sono ricordato dell’episodio del pilota Campbell e mi sono chiesto se per caso, dopo essere stato colpito dalla contraerea tedesca Flak e prima di planare sull’altopiano, non abbia sganciato per evidenti ragioni di sicurezza, proprio quell’ordigno, che fatalità abbia voluto non esplodesse e arrivasse fino ai nostri giorni.

Però la prima domanda che mi sono immediatamente posto è stata se gli Spitfire fossero dotati, oltre che di mitragliatrici, anche di ordigni esplosivi da sganciare sull’obiettivo. Ebbene, ho scoperto che con la comparsa dei motori Merlin 50 e 55 per le basse quote, potenti fino a 1.585 hp, questi aerei furono dotati anche di attacchi per due bombe da 113 o una da 227 kg.

Chissà se forse non sia il caso di ritornare dalla fantasia alla realtà.

 Anche le antilopi portano fortuna

 Nonna Margaret diceva che sognare le antilopi in primavera porta fortuna e io oggi di fortuna vorrei averne proprio tanta, vista la missione particolarmente pericolosa che tra un po’ devo affrontare. Prima di svegliarmi ne ho sognata una che saltava allegramente nella savana. In Italia è pieno autunno, ma le giornate particolarmente miti mi ricordano che adesso nel mio Sud Africa è primavera.

Mi chiamo Donald James Campbell, sono un pilota di caccia e combatto sulla linea Gustav. Oggi è l’ 8 novembre 1943 e devo andare in missione con uno dei dodici Spitfire MkVc sudafricani del 4th Squadron SAAF di stanza a Palata, un piccolo paese del Molise, dotato di una bella e lunga spianata dove gli alleati hanno realizzato un aeroporto avanzato per i caccia. Il briefing di ieri sera ci ha messi di fronte a una missione particolarmente pericolosa, dobbiamo distruggere alcuni ponti ferroviari sul tratto che va dalla stazione di Roccaraso a quella di Rivisondoli in Abruzzo. Ce n’è uno, in particolare, denominato “Dieci Ponti”, è il più grande, ma il più pericoloso da colpire, perché è dominato da due batterie antiaeree Flak che incrociano il tiro sui voli che attraversano proprio in quel punto il valico chiuso ad imbuto sotto il paese di Roccaraso, una nota località sciistica degli Appennini. E’ questo il centro della linea Gustav. Su una serie di fotografie aeree scattate qualche giorno fa abbiamo individuato i quattro ponti più piccoli che sono stati assegnati ad altrettanti aerei. Mentre gli altri otto dovranno distruggere i Dieci Ponti. Per questa operazione più delicata e pericolosa, che seguirà di qualche minuto la distruzione dei ponti più piccoli, quattro aerei arriveranno sul valico per primi da ovest, due in picchiata da sopra Monte Maiuri per colpire la batteria appena sotto, gli altri due lo aggireranno per prendere sul lato sinistro l’altra contraerea posta di fronte all’altra. Sulle postazioni sganceranno per prime le bombe e dopo una rapida virata mitraglieranno ogni cosa. Gli altri quattro aerei, tra i quali quello del comandate dovranno colpire in sequenza il grande ponte volando da nord quasi a raso con il terreno. Quest’ultima è un’operazione complicata, perché il ponte è allineato ad un piccolo colle dove la ferrovia si insinua attraverso una galleria.

Attualmente in quel tratto della Gustav sono attestati i Paracadutisti tedeschi della 1^ Divisione Heidrich e ci hanno ricordato che sono tra i migliori reparti della Wehrmacht. Che Dio ce la mandi buona, perché temiamo che qualche altra postazione sia stata collocata in punti sconosciuti. L’intelligence ha compiuto un buon lavoro di ricerca, ma le montagne ben si prestano a nascondere ogni cosa e i tedeschi in quel tratto sono stati molto bravi a fortificarle in maniera adeguata.

Sono le 7,30 e nella baracca adibita a mensa alcuni civili del posto, reclutati a far servizi, ci stanno servendo la colazione: uova strapazzate, pane tostato, biscotti con marmellata di fichi preparati dal forno di Palata, veramente squisiti, the a volontà. Noi piloti siamo privilegiati, sappiamo che per chi sta in prima linea non è così.

Ci apprestiamo ad alzarci da tavola e dalla saletta ufficiali sopraggiunge il maggiore Waderg, già pronto, che ci richiama ai suoi ordini e fissa la sequenza di volo degli aerei, che raggiunto il luogo delle operazioni si divideranno secondo lo schema concordato. Io dovrò colpire il ponte prima della galleria che immette verso la stazione di Rivisondoli.

Gli aerei del campo sono uno una trentina e i nostri sono schierati per primi, carichi già di carburante. Il mio ha la sigla KJ-R e come gli altri l’antilope sullo stabilizzatore verticale, simbolo del reparto; è illuminata dai primi e bassi raggi di sole. Che sia un buon segno. Lo spero proprio.

La partenza è fissata per le 9,30 e quindi ci fermiamo vicino agli aerei per mettere a punto le varie fasi dell’attacco, ripercorrendo le manovre che ognuno deve compiere appena arrivati sulla sommità delle ultime montagne, da dove scenderemo in picchiata per bombardare e mitragliare. La discussione è minuziosa e il momento della partenza arriva in un batter d’occhio. Io prima di salire guardo, senza volerlo, ancora una volta l’antilope. Mi rendo conto che è diventata quasi una piacevole ossessione. Vorrà dire che mia nonna mi sta pensando.

Siamo in volo da una ventina di minuti e sorvoliamo Isernia. Il comandante incomincia una virata verso sinistra sopra i Monti della Meta, fino sul Monte Greco, da quel punto passerà in quinta posizione rallentando la velocità con quelli che seguono, mentre i primi quattro andranno più veloci tagliando il Piano dell’Aremogna, passaggio a raso sulle montagne che sovrastano il Prato, sotto Rivisondoli e in picchiata si divideranno per colpire i primi quattro ponti. Il secondo gruppo, giunto sul Piano dell’Aremogna si dividerà in due, quattro aerei andranno verso il Monte Maiuri e quattro, per ritardare il loro arrivo sui Dieci Ponti, in attesa che il primo gruppo avrà sganciato le bombe sulle batterie sovrastanti, faranno una leggera virata verso sinistra scendendo sul margine sud del Piano delle Cinquemiglia abbassandosi appena sopra il Santuario di Portella. Da quel punto prenderanno il Prato da nord volando dritti verso Roccaraso per colpire a bassa quota il grande ponte, mentre nello spazio superiore i primi quattro mitragliano le postazioni colpite con le bombe per evitare, se ancora funzionanti, che possano arrecare danno agli aerei sotto di loro.

Il percorso viene compiuto senza problemi di sorta, le montagne più alte, che superano i duemila metri sono prive di controlli e postazioni nemiche.

Tra i primi quattro aerei, che devono colpire i ponti più piccoli, mi trovo in posizione avanzata e perciò mantengo l’aereo leggermente a sinistra perché il ponte prima della galleria di Rivisondoli è posizionato verso nord. In prossimità del Piano dell’Aremogna, seguendo gli ordini ricevuti abbasso la quota di volo fino a toccare quasi gli alberi della cima dell’ultimo contrafforte da dove individuo immediatamente il ponte a nord che ha una sola arcata. Per essere sicuro di colpirlo scenderò fino a 75 piedi. Appena il tempo di pensarlo e con la mano schiaccio il pulsante per liberare una grossa bomba che lo colpisce in pieno. Faccio un’ampia virata e mi accorgo che nei paraggi un gruppo di tedeschi, peraltro ben mimetizzati nel terreno, che non avrei potuto vedere se avessi volato appena più alto, stanno compiendo delle operazioni lungo la strada che sale a fianco della ferrovia. Non lascio sfuggirmi l’occasione e mi preparo a mitragliare lungo tutto l’asse stradale per poi risalire in quota ripercorrendo lo stesso percorso di arrivo.

Effettuata una virata completa allineo l’aereo all’asse stradale e guardando sulla sinistra mi rendo conto che anche gli altri ponti più piccoli sono stati abbattuti, l’ultimo è a ridosso del paese. Più in la lo scontro aereo per distruggere i Dieci Ponti è in pieno corso e si notano grandi nuvole di polvere alzarsi nell’aria. La missione è andata a buon fine. Apro il fuoco lungo tutto il tratto stradale trovandomi immediatamente di fronte alla montagna, quindi prendo quota, ma nel frattempo da una spianata sul fianco della cima più alta inizia a sparare una contraerea. Porca miseria! Ecco la sorpresa. Doveva capitare proprio a me. Non faccio in tempo a rendermene conto che, alzando ancor più velocemente l’aereo, sento lo schianto di due colpi che si infilano da qualche parte. Immediatamente le lancette di alcuni strumenti impazziscono e vedo uscire carburante a fiumi da un’ala, l’altimetro funziona. La prima fortuna: non c’è traccia di incendio. Ma l’aereo incomincia a vibrare maledettamente e perdo quota. Mi rendo conto che l’unica possibilità di salvezza è di atterrare con tanta altra fortuna proprio in mezzo a quel grande prato. Così compio un’ampia virata con il motore che continua a singhiozzare maledettamente. Riesco gradualmente e con grande difficoltà ad allinearlo al manto erboso. La contraerea non spara più, hanno visto che sto tentando l’atterraggio. Così facendo mi accorgo che il cuore batte forte e sembra voglia uscire dal petto. Sono operazioni compiute in brevi secondi, ma all’improvviso mi torna in mente lo sguardo lanciato verso il timone sulla pista dell’aeroporto: l’antilope! Altro che fortuna. Io, l’uomo che ha sognato l’antilope nella primavera del Sud Africa sto precipitando. Porca miseria! In un attimo ritorno alla realtà più diretta della guida dell’aereo. Incomincio ad urlare: devo salvarmi! Devo salvarmi! E mi torna davanti agli occhi il primo istruttore di volo, il buon Halker che spiegandoci come tentare di atterrare in situazioni del genere ci urlava ogni operazione da eseguire. Le ho eseguite tutte.

Ecco, ecco, sono riuscito a stabilizzarlo questo benedetto aereo, lo sto portando giù come un aliante, sembra un aliante. Mi meraviglio di me stesso. Urlo per farmi coraggio. Cavolo Donald James! Ma ti rendi conto con quale sangue freddo stai compiendo manovre semplici ed efficaci? Bravo! Forza, continua così, solo trenta piedi e tocchi terra.

I soldati che avevano tentato di ripararsi in qualche maniera vedendo gli altri aerei allontanarsi, sono scesi lungo la china del colle che stavano minando e vengono incontro all’aereo che si abbassa ancora. Gli passo sulla testa e sembra di toccarli, non li vedo più sono dietro, l’aereo è a dieci piedi e parallelo al suolo del grande piano. Ce l’ho fatta. E incomincio a gridare ancora più forte: ce l’ho fatta! Sono salvo! Mi balza davanti agli occhi quasi accecandomi i raggi del sole, sto contro il sole e mi appaiono sfocati i contorni dell’antilope. L’antilope di nonna Margaret. Nonna Margaret aveva ragione. L’antilope a primavera. Ma no è autunno, un maledetto autunno di montagna.

E mentre l’antilope svanisce sull’erba sento un rumore quasi dolce, un fruscio. E’ l’erba. Il morbido fondo del Prato mi ha accolto dolcemente come la savana riceve morbidi, che quasi non la toccano, gli zoccoli dell’antilope che salta. E’ fatta, maledetta contraerea. Che sia maledetta la guerra! Raus! Raus! Raus! Fuori! Fuori! Fuori!

Furono queste parole a ricollocarmi nella realtà, dopo che mi ero abbandonato sul seggiolino con gli occhi sbarrati guardando il cielo e cercando non più la sagoma dell’antilope ma il volto umano e paterno del Signore. Invece apparvero all’improvviso due volti sovrastati dall’elmetto. L’elmetto dei paracadutisti tedeschi. I quali con la pistola in mano aprirono il tettuccio e mi invitarono a saltare giù. Mentre giungevano e svanivano inesorabilmente i flebili rumori degli undici aerei che tornavano a Palata.

Tenente Donald James Campbell

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